Iris (racconto di Hermann Hesse)

1 aprile 2010

Iris è il nome di una donna ed è il nome di un fiore.
In questo racconto assaporo il sentimento dell’innocenza.
L’innocenza perduta del fanciullo.
E’ ciò che Anselm ricerca e trova in ciò che è la sua amata Iris.

Nella primavera della sua infanzia, Anselm scorrazzava per il verde
giardino. Tra i fiori della mamma, ce n’era uno che si chiamava iris e
che gli piaceva particolarmente. Accostò la guancia alle lunghe foglie
verde chiaro, passò le dita sui bordi taglienti, aspirò a fondo il
profumo delle splendide corolle, vi guardò dentro. Dal fondo azzurrastro
di questi si levavano file di dita gialle, e fra queste correva un
sentiero più chiaro che sprofondava nel calice e nel lontano, azzurro
segreto del fiore. Gli piaceva molto; continuò a osservare per ore e
ore, e i sottili pistilli gialli gli apparivano ora come la siepe dorata
del giardino del re, ora quale un duplice filare di begli alberi di
sogno, non mossi da vento alcuno, tra i quali correva, chiara e striata
di vive venature fragili come vetro, l’enigmatica strada. Sterminata era
la superficie ricurva, e da un lato il sentiero si perdeva tra gli
alberi d’oro, sprofondava all’infinito in un pozzo illimitato, sopra il
quale la cupola violetta si arcuava regale, deponendo magiche, lievi
ombre sulla meraviglia in silente attesa. Anselm sapeva che quella era
la bocca della corolla; sapeva che, sotto splendide crescenze gialle,
nella voragine blu abitavano il cuore e i pensieri del fiore, e che
attraverso quella lieve luminosa strada percorsa da venuzze vetrose,
andavano avanti e indietro il respiro e i sogni di questo.
E accanto al fiore grande ve n’erano altri più piccoli, ancora non
aperti, e si drizzavano su steli robusti, succosi dentro un piccolo
calice fatto di una pelle verdebrunastra. Dal quale il boccio si
slanciava con silente forza, strettamente avvolto di verde chiaro e
lillà, ma in cima già faceva capolino, in forma di punta sottile,
tenacemente, dolcemente arrotolato, il viola cupo. Anche su queste
foglie-fiore compatte erano visibili venature e segni d’ogni specie.
Il mattino, quando Anselm usciva dalla casa, dal sonno, dal sogno e da
mondi stranieri, ecco lì, non perduto e sempre nuovo, il giardino che lo
attendeva e dove ieri se ne stava piantata rigida una dura punta di
fiori azzurri, strettamente avvolta in una verde buccia, adesso pendeva,
sottile, dello stesso colore dell’aria, un giovane petalo simile a una
lingua e a un labbro, e a tastoni cercava la propria forma e la propria
curvatura che a lungo aveva sognato, e nella parte inferiore, dove
ancora era impegnato in una silenziosa lotta con la sua scorza, già si
intuiva una sottile escrescenza gialla, una pista lucente, venata e un
lontano, profumato pozzo dell’anima. Forse già nel meriggio, oppure la
sera, il fiore sarebbe stato completamente dischiuso, arcuando
un’azzurra tenda di seta sopra un dorato bosco, illusorio, e suoi primi
sogni, pensieri e canti spiravano, silenziosi, dalla fatata voragine.
Venne un giorno in cui, tra l’erba, non ci furono che due campanule
azzurre. E un giorno che nel giardino si rese percepibile all’improvviso
un nuovo timbro e un nuovo profumo, e tra il fogliame rossastro
investito dal sole, spiccava, tenera e gialla, la prima rosa tea. E un
giorno non vi furono più iris. Erano scomparsi, nessun sentiero bordato
d’oro conduceva più dolcemente negli odorosi segreti del profondo,
foglie rigide si drizzavano, estranee, acuminate e fredde. Ma bacche
rosse erano maturate tra i cespugli, e sugli astri svolazzavano nuove
farfalle mai viste prima, libere e gioconde, sciami rossobruni di
insetti dal dorso iridescente e dalle vibranti ali vetrose.
Anselm chiacchierava con le farfalle e con la ghiaia, aveva per amici lo
scarabeo e la lucertola, gli uccelli gli raccontavano aeree favole,
felci gli mostravano in segreto, nascosti sotto il tetto di enormi
foglie, i semi bruni addensati, cocci di vetro verdi e cristallini
catturavano per lui i raggi del sole e diventavano palazzi, giardini,
scintillanti tesori. I gigli erano scomparsi? Fiorivano allora i
nasturzi; le rose tea appassivano? Le more erano brune, tutto si
scomponeva, era sempre presente e sempre scompariva, moriva e, col
tempo, ricompariva, e anche le terribili e meravigliose giornate in cui
il vento freddo rombava nell’abete e in tutto il giardino le foglie
appassite frusciavano false e morte, portavano pur sempre una canzone,
un’esperienza, una storia, finché tutto cedeva, la neve si posava sui
davanzali delle finestre e sui vetri crescevano palmeti, la sera era
percorsa da angeli coi campanelli d’argento, e anticamera e pianterreno
sapevano di frutta secca, Mai l’amicizia e la fiducia si spegnevano in
quel modo bonario, e quando inaspettatamente i bucaneve tornavano a
splendere accanto alla nera edera e i primi uccelli volavano per il
nuovo cielo azzurro, era come se tutto fosse sempre stato lì, presente.
Finché un giorno, inaspettato e tuttavia sempre tale e quale doveva
essere, e tale e quale lo si desiderava, un primo boccio azzurro pallido
faceva capolino sullo stelo degli iris.
Tutto era bello, tutto era accolto con giubilo da Anselm, tutto gli era
amico e familiare, ma il momento magico supremo, la grazia, era ogni
anno il primo iris. Nel suo calice chissà quando, forse nel primissimo
sogno infantile, aveva compitato il libro delle meraviglie, il suo
profumo e il mutevole azzurro sbandierante erano stati per lui il primo
richiamo e la chiave della creazione. E così l’iris continuò a procedere
al suo fianco per tutti gli anni dell’innocenza, e ogni nuova estate
era nuovo, più misterioso e commovente. Anche altri fiori avevano voce
in capitolo, anche altri attiravano api e scarabei nei loro piccoli,
dolci ricettacoli. Ma l’iris azzurro era caro al bambino più di ogni
altro fiore, e gli appariva importante perché ai suoi occhi costituiva
il parametro e l’esempio di tutto ciò che è degno e di nota e oggetto di
meraviglia. Quando affondava lo sguardo nel suo calice e, trasognato,
seguiva il sentiero lucente e insieme i suoi pensieri, andando tra i
gialli stupendi filari alla volta della crepuscolare intimità del fiore,
la sua anima affondava lo sguardo oltre la soglia in cui ciò che appare
diviene enigma, e il vedere si trasforma in intuire. Anche la notte, a
volte, gli capitava di sognare il calice del fiore, e lo vedeva
spalancarglisi davanti enorme a guisa del portone di un celeste palazzo,
ed egli correva in groppa a cavalli, lo percorreva in volo sul dorso di
cigni, e insieme a lui volava, cavalcava e scivolava il mondo intero,
sommessamente attratto dalla magia, e Anselm scendeva sempre più a
fondo, sempre più a fondo nel soave abisso, dove ogni attesa diventava
esaurimento, ogni presentimento realtà.
Ciascuna apparizione sulla terra è un’allegoria, e ciascuna allegoria
una porta spalancata attraverso la quale l’anima quando sia pronta a
farlo, può penetrare nell’Intimo del mondo, dove tu e io, giorno e
notte, siamo, sono tutt’uno. Non c’è essere umano al quale di tanto in
tanto non capiti, durante la sua esistenza, di trovarsi di fronte
all’uscio spalancato, a ognuno balena il pensiero che tutto il visibile
sia una similitudine e che sotto la similitudine abitino lo spirito e la
vita eterna. Certo, sono pochi quelli che vanno oltre la soglia e
rinunciano alla bella apparenza che è qui per la realtà di quell’Intimo
che hanno intuito. E così al bambino Anselm il calice del suo fiore
apparve coma la domanda aperta, silenziosa, alla quale la sua anima con
sorgivo presentimento proponeva una serena risposta. Poi, però,
l’amabile molteplicità delle cose lo traeva con sé, in conversazioni e
giochi con le erbe e le pietre, le radici, i cespugli, gli animaletti e
tutti gli amici del suo mondo. Sovente sprofondava nella contemplazione
di se stesso, si abbandonava alle meraviglie del suo corpo, avvertiva, a
occhi chiusi, deglutendo, cantando, respirando, straordinarie emozioni,
sentimenti e rappresentazioni nella bocca e nel collo, e anche là
coglieva la presenza del sentiero e della porta tramite i quali si può
passare di anima in anima. Stupefatto osservava le pregnanti figure
colorate che spesso, a occhi chiusi, gli apparivano uscendo da un
fondale color porpora, ed erano macchie se semicerchi blu e rosso scuro,
intervallati da linee lucenti. A volte Anselm sperimentava, e ne
sussultava di gioia e spavento, le innumerevoli connessioni tra occhi e
orecchio, olfatto e tatto; per fugaci istanti, sentiva tonalità, suoni,
vocali tramutarsi e divenire tutt’uno con rosso e blu, duro e molle;
oppure annusando un’erba o una buccia verde si meravigliava constatando
quanto straordinariamente vicini fossero odore e sapore e tanto spesso
trapassassero l’uno e l’altro e si confondessero.
Tutti i bambini hanno di queste sensazioni, anche se non tutti con la
stessa intensità e dolcezza, e in molti di loro tutto questo ben presto
passa, è come mai si fosse verificato, e accade prima ancora che abbiano
imparato a leggere le prime lettere dell’alfabeto. In altri, il segreto
dell’infanzia si conserva a lungo, e un residuo, un’eco se la portano
dentro finché hanno i capelli bianchi, fino ai tardi, stanchi giorni. In
tutti i bambini, finché siano ancora immersi nel mistero, l’anima è
senza posa occupata con l’unica cosa davvero importante, vale a dire
loro stessi e l’enigmatico nesso tra la loro persona e il mondo
circostante. Colui che cerca e il saggio giunti agli anni della maturità
ritornano a queste occupazioni, ma per la maggior parte gli esseri
umani dimenticano e abbandonano questo mondo interiore, il mondo di ciò
che è davvero importante, e lo fanno assai prima e per sempre, e per
tutta la vita errano nei policromi labirinti di preoccupazioni, desideri
e mete, nessuna delle quali abita nel loro intimo, nessuna delle quali
li riconduce alla loro interiorità, a casa. L’estate e l’autunno di
Anselm giungevano soavi e se ne andavano inavvertiti, e di continuo
fiorivano e sfiorivano bucaneve, violette, la pervinca e la rosa, il
sempreverde e il giglio, belli e abbandonati come sempre. Con essi
viveva, fiori e uccelli gli parlavano, l’albero e la fonte stavano ad
ascoltarlo, e Anselm offrì al solito modo la prima lettera che seppe
scrivere, i suoi primi slanci di amicizia, al giardino, a sua madre,
alle pietre colorate al bordo dell’aiuola.
Una volta, però, venne una primavera che aveva suoni e odori diversi da
tutte le precedenti, il merlo cantava ma non era più l’antica canzone,
l’iris azzurro fiorì ma né sogni né figure di fiaba passavano lungo il
sentiero bordato d’oro del calice. Le fragole ridevano nascoste tra
ombre verdi e le farfalle fluttuavano balenando sugli altri corimbi, ma
nulla era più come sempre, altre cose interessavano al fanciullo che
adesso aveva frequenti litigi con la madre.
Lui stesso non sapeva più chi era e perché qualcosa gli facesse male e
qualche altra di continuo lo turbasse. Si avvedeva soltanto che il mondo
era mutato, e le amicizie di un tempo si allontanarono da lui e lo
lasciarono solo. Trascorse così un anno, e poi un altro ancora, e Anselm
non era più un bambino e le pietre colorate al margine dell’aiuola
erano noiose, i fiori muti, gli scarabei li teneva infissi mediante
spilli in una scatola, e la sua anima aveva imboccato una lunga, ardua
strada tortuosa, i vecchi amici erano inariditi e disseccati.
Il giovane uomo penetrava impetuoso nella vita, che solo allora gli
sembrava iniziare. Dissipato e dimenticato era il mondo delle allegorie,
nuovi desideri e nuove strade lo attraevano. L’infanzia ancora restava,
come un profumo, nello sguardo azzurro e nei soffici capelli, ma il
giovane uomo più non amava quel che essa gli ricordava, e si tagliò i
capelli a spazzola, e nel suo sguardo mise tutta l’acutezza e il sapere
che poté. Frettolosamente si precipitava attraverso anni di inquietudine
e di attesa, ora bravo studente e buon amico, ora invece solo e
scontroso; e a volte ancora sfrenato e chiassoso nelle prime gozzoviglie
giovanili. La patria aveva dovuto lasciarla e la vedeva solo in
occasione di rare, brevi visite, quando, mutato, cresciuto, azzimato,
tornava dalla madre. Portava con sé amici, portava con sé libri, sempre
diversi, e quando passeggiava per il vecchio giardino esso gli appariva
angusto e rispondeva col silenzio ai suoi sguardi distratti. Più non
leggeva vicende nelle venature policrome delle pietre e delle foglie,
più non vedeva Dio e l’eternità abitare nel fiorito segreto dell’iris
azzurro. Anselm fu scolaro, fu studente. Tornò in patria con in capo un
berretto rosso prima e poi uno giallo, con un accenno di baffetti e poi
una rada barbetta. Aveva con sé libri in lingue straniere, e una volta
portò con sé un cane, e in un portafoglio che teneva nella tasca interna
aveva poesie subito dimenticate, oppure trascrizioni di antichissime
saggezze, o ancora ritratti e lettere di belle ragazze. Tornava, ed era
stato lontano, in paesi stranieri, aveva vissuto a bordo di grandi navi e
sul mare. Tornava, ed era un giovane sapiente, portava un cappello nero
e guanti scuri, e i vecchi vicini lo salutavano togliendosi il cappello
e lo chiamavano professore, sebbene ancora non lo fosse. E ancora
tornò, questa volta vestito di nero, e andò, snello e compreso, dietro
il lento carro sul quale la sua vecchia madre giaceva in un’ornata bara.
E dopo di allora tornò solo assai di rado.
Nella grande città dove adesso insegnava agli studenti ed era
considerato un celebre uomo di scienza, Anselm viveva, passeggiava,
sedeva e stava esattamente come le altre persone, con indosso un
bell’abito, in testa un bel cappello, serio oppure allegro, con occhi
intenti e a volte un pochino stanchi, ed era un signore ed uno studioso,
esattamente colui che era voluto diventare. Adesso si trovava in una
condizione simile a quella dell’ultimo periodo della sua infanzia:
all’improvviso sentì che molti anni gli erano scivolati alle spalle, e
si ritrovò, singolarmente solo e scontento, nel bel mezzo di quel mondo
al quale aveva sempre aspirato. Non era proprio una felicità, essere
professori; non era una gioia senza ombre, essere salutato con deferenza
da cittadini e studenti. Tutto gli appariva come vizzo e polveroso, e
la felicità tornava ad apparirgli lontana, laggiù nel futuro, e la
strada che vi portava sembrava afosa, impolverata, volgare.
In quel periodo, Anselm frequentava spesso la casa di un amico dalla cui
sorella si sentiva attratto. Ormai non correva più tanto
spensieratamente dietro un bel viso, anche sotto questo aspetto si era
fatto diverso, e aveva l’impressione che la felicità per lui dovesse
manifestarsi in maniera particolare e che non la si potesse certo
trovare al primo angolo di strada. La sorella dell’amico gli piaceva
molto, e spesso si immaginava di amarla di tutto cuore. Lei però era una
strana ragazza: ogni suo passo, ogni sua parola avevano un colore e
un’impronta particolari, e non sempre era facile procedere al suo
fianco, al suo stesso ritmo. Quando a volte Anselm la sera nel suo
alloggio solitario camminava su e giù, pensieroso, e udiva risuonare il
proprio passo nelle stanze vuote, gli capitava di contendere a lungo con
se stesso a causa dell’amica. Aveva più anni di quanti Anselm ne
avrebbe desiderati nella propria moglie. Era diversa dalle altre, per
lui sarebbe stato difficile viverle accanto e insieme seguire le sue
dotte ambizioni perché lei non voleva neppure sentirne parlare. Come non
bastasse, non era molto robusta né sana, sì che a fatica sopportava la
compagnia e le feste. Preferiva starsene, con fiori e musica, e magari
un libro, chiusa in un singolare silenzio, in attesa che qualcuno si
recasse da lei, e lasciava che il mondo proseguisse per la sua strada. A
volte era in uno stato di così delicata sensibilità, che tutto quanto
era estraneo le faceva male, la induceva al pianto. Poi, però, tornava a
raggiare, tranquilla e bella, di una solitaria felicità, e chi la
vedeva sentiva quanto fosse difficile dare qualcosa a codesta donna
bella e singolare, quanto arduo fosse significare qualcosa ai suoi
occhi. Spesso Anselm si convinceva che lo amava, ma altrettanto spesso
gli pareva che non amasse nessuno, per quanto soave e comprensiva si
mostrasse con tutti e dal mondo pretendesse null’altro che di essere
lasciata in pace. Lui però non voleva solo questo dalla vita e, se
avesse avuto moglie, in casa sua dovevano essere brio e suoni e tavola
imbandita.
“Iris”, le disse “cara Iris, se solo il mondo fosse diverso! Se
null’altro esistesse all’infuori di un bello, tenero mondo di fiori,
pensieri e musica, allora sì che non desidererei altro che di
trascorrere tutta la mia vita accanto a te, ascoltando i tuoi racconti,
facendo miei i tuoi pensieri! Già il tuo nome mi fa male, Iris è un nome
meraviglioso, mi ricorda qualcosa ma non so esattamente che cosa.”
“Però sai almeno”, replicò lei, “che si chiamano così i giaggioli
azzurri”.
“Sì”, esclamò Anselm, e avvertì una sensazione angosciosa “questo lo so
benissimo, e già questo è assai bello. Ma ogni qual volta pronuncio il
tuo nome, è come se volesse richiamarmi a qualcos’altro, non so che
cosa, come se in me fosse collegato a ricordi profondissimi,
lontanissimi, importantissimi, e tuttavia non so, non riesco a scoprire
di che si tratta.”
Se ne stava lì, perplesso, sfregandosi la fronte, e Iris gli sorrise.
“Mi succede sempre così”, gli disse con quella sua voce da uccellino,
“quando odoro un fiore. Perché ogni volta il cuore mi dice che al
profumo è legato il ricordo di qualcosa di straordinariamente bello e
prezioso, che un tempo mi apparteneva ma che ho poi perduto. E lo stesso
avviene con la musica, e a volte con la poesia: all’improvviso, un
lampo che dura un istante, come se scorgessi d’un tratto una patria
perduta, in fondo a una valle, che però subito scompare ed è
dimenticata. Caro Anselm, io credo che il significato della nostra
presenza sulla terra sia in questo ricordare e cercare e udire lontane
note perdute, oltre le quali sta la nostra vera patria.”
“Come parli bene”, commentò Anselm, e avvertì in petto un moto quasi
doloroso, come se una bussola segreta indicasse, senza deviazioni, la
sua meta remota. Ma si trattava di una meta affato diversa da quella che
voleva dare alla sua esistenza, ed era questo che faceva male, ed era
poi degno di lui sprecare la vita in sogni, ricorrendo belle favole?
Venne un giorno in cui il signor Anselm, tornato da un viaggio
solitario, si ritrovò accolto dalla sua austera abitazione di studioso
in maniera così fredda e opprimente, che corse a casa dell’amico,
seriamente intenzionato a chiedere la mano della bella Iris.
“Iris”, le disse, “non posso continuare a vivere così. Tu sei stata
sempre la mia buona amica, e devo dirti tutto. Non posso non avere una
moglie, altrimenti la mia vita sarebbe vuota e senza senso, e chi potrei
desiderare di avere in sposa, se non te, bel fiore? Mi vuoi, Iris?
Avrai fiori quanti ne vorrai, avrai il più bel giardino che si possa
avere. Vuoi essere mia?”
Iris lo fissò a lungo, con sguardo tranquillo, senza sorridere né
arrossire, e fu con voce ferma che così gli rispose: “Anselm non sono
sorpresa della tua richiesta. Tu mi sei caro, sebbene non abbia mai
pensato di diventare tua moglie. Vedi, però, amico mio, io pretendo
moltissimo da colui al quale dovrei legarmi in matrimonio, e le mie sono
pretese maggiori di quelle di gran parte delle donne. Mi hai offerto
fiori e sei animato da lodevoli intenzioni. Io però posso vivere anche
senza fiori, persino senza musica, potrei fare a meno di tutto questo e
di molto altro, se così deve essere. Di una cosa però non posso e non
voglio privarmi: non potrò mai vivere, neanche un solo giorno, in modo
tale che la musica dentro il mio cuore non abbia il primo posto. Se devo
vivere con un uomo, costui deve essere una persona la cui musica
interiore si accordi perfettamente con la mia, e perché la sua musica
sia pura e in sintonia con la mia, è necessario che essa sia la sua
unica aspirazione. Te la senti, amico mio? Così facendo, probabilmente
non diventerai ancora più celebre, non raccoglierai allori, la tua casa
sarà silenziosa e le rughe che da qualche anno scorgi sulla tua fronte
dovranno affatto sparire. Eh, no, Anselm, temo che non vada proprio.
Vedi, tu sei fatto in modo da doverti procurare sempre nuove rughe, da
doverti imporre sempre nuove preoccupazioni, e quello che io penso e
sono tu lo ami, lo trovi bello, ma per te, come per la maggior parte, si
tratta solo di un grazioso giocattolo. Stammi però bene a sentire:
tutto quanto adesso per te è un balocco, è la mia vita stessa, e
dovrebbe essere anche la tua, e tutto ciò cui dedichi fatiche e cure per
me è invece un giocattolo per il quale a mio giudizio non vale la pena
di vivere. E io non cambierò mai, Anselm, perché vivo secondo una legge
che è dentro di me. E tu potresti diventare diverso? E tieni presente
che dovresti diventarlo, se vuoi che io sia tua moglie”.
Anselm tacque, sorpreso dalla volontà di Iris, che aveva tenuto per
debole e leggera. Tacque e schiacciò senza avvedersene, con la mano
contratta, un fiore che aveva tolto dal tavolo.
Allora Iris con dolcezza gli tolse il fiore di mano – e Anselm lo
avvertì come un grave rimprovero – ed ecco che gli sorrise, come se
insperatamente avesse trovato una strada per uscire dalle tenebre.
“Ho un’idea” disse sottovoce, arrossendo. “Forse la troverai un po’
strampalata, ti sembrerà un puro capriccio. Ma tale non è affatto. Vuoi
che te la dica? E sei disposto ad accettare che sia questa idea a
decidere del nostro avvenire”
Anselm guardò l’amica senza capirla, il volto pallido e aggrondato. Ma
il sorriso di lei lo costrinse ad affidarsi alla donna e a dire di sì.
“Vorrei importi un compito”, riprese Iris fattasi d’un tratto di nuovo
tutta seria.
“Fallo pure, è nel tuo diritto”, le concesse l’amico.
“Ecco, dunque la mia ultima, irrevocabile proposta”, riprese lei. “Sei
disposto ad accettarla così come mi viene dal cuore, senza tentare di
mercanteggiare, senza giocare a tira e molla, anche se non ne afferri
subito il senso?”
Anselm lo promise. E allora Iris si alzò in piedi, gli porse la mando e
disse: “Mi hai detto più volte che, quando pronunci il mio nome, ti
torna il vago ricordo di qualcosa di dimenticato, che un tempo per te
era importante e sacro. E’ un segno, Anselm, ed è ciò che ti ha attratto
in me per tutti questi anni. Anch’io ritengo che dentro di te tu abbia
smarrito e dimenticato qualcosa di importante e di sacro, che deve
tornare a rivivere perché tu possa trovare la felicità e giungere alla
meta che ti è destinata. Addio, Anselm! Come vedi, ti do la mano e ti
prego di andartene e di cercare di ritrovare il tuo ricordo, quello che
risveglia in te il mio nome. Il giorno in cui l’avrai ritrovato, sarò
tua moglie, farò quello che vorrai, e non avrò altro desiderio che non
sia il tuo”.
Sbalordito, Anselm avrebbe voluto replicare, farle capire che una simile
pretesa era un puro capriccio, ma con uno sguardo Iris gli ricordò la
sua promessa, ed egli tacque. Ad occhi bassi le prese la mano, se la
portò alle labbra, uscì.
Molti erano stati i compiti che, in vita sua, aveva affrontato con
successo, ma nessuno era stato così singolare, importante e tuttavia
scoraggiante come quello impostogli da Iris. Giorno per giorno si
lambiccava il cervello sino ad esserne sfinito, e sempre tornava il
momento in cui, disperato ed adirato, concludeva che il compito era
null’altro che un assurdo capriccio femminile, e decideva di
rinunciarvi. Ma qualcosa nell’intimo suo si ribellava: un lievissimo,
segreto dolore, un monito dolcissimo, quasi impercettibile. Quella voce
sommessa, che gli si faceva udire dentro il cuore, dava ragione a Iris,
avanzava la stessa pretesa.
Solo che il compito era troppo gravoso per l’erudito, il quale avrebbe
dovuto ricordare qualcosa da tempo dimenticata: avrebbe dovuto ritornare
ad estrarre, dalla ragnatela degli anni sepolti, un unico filo d’oro,
avrebbe dovuto afferrare qualcosa e portarlo all’amata, qualcosa che non
era nulla più che il grido smarrito di un uccello, una sensazione di
gioia e di tristezza mentre s’ascolta una musica, alcunché di più
sottile, fugace e incorporeo di un pensiero, più impalpabile di un sogno
notturno, più impreciso di una nebbia mattutina.
A volte, quando, scoraggiato, si scrollava di dosso tutto questo, in
preda al cattivo umore, ecco che, inaspettatamente, gli giungeva come un
alito da un remoto giardino, ed egli sussurrava il nome di Iris, dieci,
cento volte, sommessamente, come per gioco, così come si tocca, per
udire una nota, una corda tesa. “Iris” mormorava “Iris” e con lieve pena
sentiva qualcosa muoverglisi dentro, come accade che, in una vecchia
casa da tempo abbandonata, una porta s’apra da sola, un armadio
scricchioli. Sondava i propri ricordi, che aveva sempre creduto di
portarsi dentro ben ordinati, e così facendo giungeva a straordinarie,
sorprendenti scoperte. Il suo tesoro di memorie era infinitamente minore
di quanto avesse supposto. Interi anni mancavano, gli apparivano vuoti
come fogli intonsi quando vi poneva mente. Constatava di riuscire solo a
fatica a ritrovare un’immagine chiara di sua madre. Aveva dimenticato
affatto come si chiamasse una certa ragazza che da giovane aveva
corteggiato con passione per un intero anno. Gli tornava alla mente un
cane che un giorno, da studente, aveva comprato così, per ghiribizzo, e
che per un certo tempo gli era vissuto accanto. Ma gli ci vollero
parecchi giorni per riesumare il nome della bestiola.
Pieno di dolore, di una crescente tristezza e angoscia, il pover’uomo
s’avvedeva di quanto inconsistente e vuota fosse la vita che s’era
lasciato alle spalle e che più non gli apparteneva, che gli appariva
estranea e senza nessi con lui, come qualcosa che una volta si sia
mandato a mente e della quale ora solo a fatica si riesca a recuperare
vaghi frammenti. Prese a scrivere: voleva, riandando anno per anno al
suo passato, mettere nero su bianco le sue esperienze di maggior
momento, per averle saldamente in pugno. Ma quali erano le sue
esperienze più importanti? Il fatto di essere divenuto professore? Di
essere stato dottore, e prima studente, e prima scolaro? O che una
volta, in tempi svaniti, questa o quella ragazza gli si era concessa? E,
spaventato, sollevava lo sguardo dal foglio e si chiedeva se era
quella, proprio quella e null’altro, la vita. E si batteva con la mano
sulla fronte, e rideva, rideva.
Intanto il tempo passava, mai era trascorso così rapido e spietato. Un
anno s’era volatilizzato e gli pareva di essere ancora esattamente dove
si trovava nel momento in cui aveva lasciato Iris. Pure, in questo
periodo era assai mutato, e tutti se ne avvedevano, ognuno lo sapeva.
Agli occhi dei conoscenti si era fatto quasi estraneo, lo si trovava
distratto, bizzoso e stravagante, godeva fama di eccentrico, di uomo da
compatire un tantino perché era rimasto scapolo troppo a lungo. Accadeva
che si dimenticasse dei suoi doveri e che i suoi allievi inutilmente lo
aspettassero. Accadeva che se ne andasse per la strada tutto preso dai
suoi pensieri e, sfiorando i muri delle case, raccogliesse con la giacca
lisa la polvere dei davanzali. Molti erano dell’opinione che avesse
cominciato ad alzare il gomito. Alle volte gli capitava di interrompersi
nel bel mezzo di una lezione, con l’aria di chi cerchi di rammentarsi
qualcosa, che sorridesse con un’espressione infantile e commovente che
mai nessuno gli aveva conosciuto, poi riprendeva il suo dire con un
calore e una partecipazione da cui molti si sentivano toccare il cuore.
Da un pezzo, in quella sua disperata ricerca di profumi e di scomparse
tracce di anni lontani gli era balenato un nuovo significato, del quale
tuttavia lui stesso nulla sapeva. Più e più volte gli era sembrato che
dietro quelli che fino ad allora aveva chiamato ricordi si nascondessero
altri ricordi ancora, così come su un’antica parete dipinta a volte
accade che sotto le vecchie immagini ne sonnecchino nascoste altre, più
antiche ancora, sulle quali le prime sono state tracciate. Si sforzava
di rammentarsi qualcosa, come il nome di una città in cui aveva
trascorso una giornata tra un viaggio e l’altro, oppure il compleanno di
un amico, o qualcosa d’altro, e mentre scavando e frugando tirava fuori
un pezzetto di passato, un calcinaccio, ecco che altro all’improvviso
gli tornava alla mente. Lo investiva un soffio, quale un vento in un
mattino d’aprile o in un giorno nebbioso di settembre, Anselm coglieva
un profumo, avvertiva un sapore, percepiva oscure, dolci sensazioni, con
la pelle, con gli occhi, col cuore; pian piano gli fu chiaro che doveva
esserci stato, una volta, un giorno azzurro, caldo, oppure freddo,
grigio, o un altro giorno qualunque, e l’essenza di quel giorno doveva
essersi depositata in lui come un oscuro ricordo. Ma non riusciva a
ritrovare, nel suo reale passato, il giorno di primavera o d’inverno che
chiaramente odorava e sentiva, non c’erano nomi né numeri, forse era
stato quand’era studente o forse ancora in culla, il profumo comunque
era lì e Anselm sentiva in sé qualcosa di vivo, che non conosceva, che
non poteva nominare né definire. A volte gli sembrava di poterli
raggiungere, questi ricordi, addirittura al di là della vita, nel
passato di un’esistenza precedente, sebbene l’idea lo facesse sorridere.
Molto trovò Anselm nei suoi vagabondaggi senza meta attraverso gli
abissi della memoria. Molto trovò che lo commosse e lo toccò, e molto
anche che lo spaventò e lo riempì d’angoscia, ma una cosa non seppe
trovare, quello che il nome Iris significava per lui.
Una volta, tormentato dall’impossibilità di trovare, tornò alla sua
vecchia patria, rivide i boschi e le strade, i sentieri e le siepi,
rimise piede nel vecchio giardino della sua infanzia e sentì onde
investirgli il cuore, il passato avvolgerlo come un sogno. Ne tornò
silenzioso, rattristato. Si diede per malato, fece mandar via chiunque
lo cercasse.
Uno però riuscì a farsi ricevere: il suo amico, che Anselm non aveva più
visto dal giorno in cui aveva chiesto la mano di Iris. Costui venne e
trovò Anselm magro e consunto, chiuso in quella sua grigia cella.
“Alzati”, gli disse, “e vieni con me. Iris vuole vederti.”
Anselm balzò in piedi.
“Iris! Che vuole da me? Oh, lo so, lo so!”
“Su dunque”, insistette l’amico, “vieni con me. Sta per morire, è malata
da un pezzo.”
Andarono da Iris che giaceva su un divano, leggera e minuta come una
bambina, e sorrideva lieta con gli occhi dilatati. Porse ad Anselm la
bianca, lieve mano infantile, che si posò sulla sua come un fiore, e il
volto di Iris era come trasfigurato.
“Anselm”, gli disse, “non sei arrabbiato con me? Ti ho imposto un
gravoso compito; e so che lo hai perseguito con fedeltà. Continua a
cercare, va per la tua strada fino a raggiungere la meta! Tu credevi di
farlo per me, ed è invece per te che lo fai. Te ne sei reso conto?”
“L’avevo intuito”, le rispose Anselm, “e adesso lo so. E’ una lunga
strada, Iris, e da un pezzo sarei tornato sui miei passi, ma non è
possibile. Non so che ne sarà di me.”
Lei lo fissò negli occhi tristi e gli regalò un sorriso luminoso e
consolante, e Anselm si chinò sulla mano sottile di lei e a lungo
pianse, tanto che gliela bagnò tutta di lacrime.
“Che ne sarà di te” gli disse con una voce che non era più che il
barlume di un ricordo, “questo non devi chiederlo. Hai molto cercato in
vita tua. Hai cercato l’onore, hai cercato la felicità e il sapere, e
hai cercato me, la tua piccola Iris. Tutte queste non sono state altro
che belle immagini, ed esse ti abbandonano come ora io devo
abbandonarti. Anche a me è accaduta la stessa cosa. Ho cercato di
continuo, ed erano sempre belle, care immagini, che di continuo cadevano
ed appassivano. Ora però non trovo più immagini, non cerco più nulla,
sono tornata a casa, e devo fare ancora solo un piccolo passo per essere
in patria. Anche tu ci verrai, Anselm, e allora non avrai più rughe
sulla fronte.”
Era così pallida che Anselm gridò disperato: “Oh, aspetta, Iris, non
andartene! Lasciami un segno in modo che io non ti perda del tutto”.
Lei annuì, allungò la mano e, da un bicchiere, prese e gli diede un
giaggiolo azzurro appena sbocciato.
“Ecco prendi il mio fiore, l’iris, e non dimenticarmi. Cerca me, cerca
l’iris, e arriverai da me.”
Piangendo, Anselm tenne il fiore tra le mani, e piangendo prese congedo.
Quando l’amico lo mandò a chiamare, tornò e aiutò a ornare con fiori e a
inumare la bara di Iris.
Poi, la vita dietro di lui crollò, gli parve ormai impossibile
continuare a dipanare quel filo. Rinunciò a tutto, abbandonò la città e
si perdette nel mondo. Fu visto qua e là, ricomparve nel luogo natio e
si protese oltre la siepe del vecchio giardino, ma quando la gente
chiedeva di lui, a lui si interessava, subito tornava a scomparire. I
giaggioli continuavano a essergli cari. Spesso si chinava su un iris,
ovunque lo trovasse, e quando affondava a lungo lo sguardo nel calice
gli pareva che dal fondo azzurrastro sorgesse verso di lui il profumo e
il sentore di tutto il passato e il futuro, finché continuava triste per
la sua strada, perché il compimento mai si verificava. Aveva
l’impressione di starsene a origliare a un uscio semiaperto, dietro il
quale udiva respirare amabilissimi segreti, e proprio quando pensava che
tutto dovesse concederglisi e compiersi, ecco che la porta si chiudeva e
il vento del mondo soffiava gelido sulla sua solitudine. Nei suoi sogni
gli parlava la madre, di cui sentiva vicini la figura e il volto con
una chiarezza che gli era stata ignota per lunghi anni. E Iris gli
parlava, e quando Anselm si svegliava gli restava un eco su cui
indugiava a riflettere per l’intera giornata. Non aveva un focolare;
straniero andava qua e là per il paese, dormiva ora sotto un tetto, ora
all’aperto nei boschi, si nutriva di pane e di bacche, bevevo vino
oppure rugiada dalle foglie dei cespugli, che cosa ne sapeva lui? Agli
occhi di molti era un pazzo, a quelli di molti altri un mago, molti lo
temevano, molti ridevano alle sue spalle, molti lo amavano. Imparò ciò
che mai aveva saputo fare prima, stare con i bambini e prendere parte ai
loro strani giochi, parlare con un ramoscello spezzato e con una
pietruzza. Inverno ed estate gli scorrevano accanto, Anselm guardava
dentro i calici dei fiori, nell’acqua del ruscello e del lago.
“Immagini”, diceva a volte tra sé, “null’altro che immagini.” Ma nel suo
intimo avvertiva un’essenza che immagine non era, e la seguiva, e
l’essenza dentro di lui a volte riusciva ad esprimersi in parole, e la
sua voce era quella di Iris e di sua madre, e per Anselm era
consolazione e speranza.
Gli accadevano cose meravigliose che non lo meravigliavano affatto. E
così gli capitò una volta di andarsene tra la neve, in un paesaggio
invernale, e aveva la barba tutta ghiacciata. E dalla neve si levava,
acuminato e snello, uno stelo di giaggiolo che reggeva un unico, bel
fiore, e Anselm si chinò sul fiore e sorrise, perché adesso finalmente
sapeva a che cosa l’avesse di continuo richiamato l’iris. Riconobbe il
suo sogno infantile, e vide, tra i bastoncelli dorati, il sentiero
azzurro chiaro venato che portava nel segreto e nel cuore del fiore, e
capì che lì era ciò che cercava, lì stava l’essenza che non è più
immagine.
E una volta ancora fu sollecitato da pulsioni, sogni lo guidarono e
giunse a una capanna dove c’erano dei bambini, e i bambini gli diedero
del latte, Anselm giocò con loro e quelli gli raccontarono storie, tra
l’altro che nel bosco, dove stavano i carbonari, era accaduto un
miracolo. Si era vista spalancarsi la porta degli spiriti, che si apre
solo una volta ogni mille anni. Anselm stette ad ascoltare, annuendo
alla cara immagine, e riprese il cammino, un uccello cantava da un fitto
di ontani, l’uccello aveva una strana, dolce voce, che era come quella
della defunta Iris. Seguì l’uccello che continuò a volare e a
saltellare, sempre più davanti, di là dal ruscello, dentro i boschi.
Allora l’uccello si tacque e non lo si udì più né più lo si vide, Anselm
si fermò e si guardò intorno. Si trovava in una profonda vallata nel
bosco, oltre il fitto fogliame scorreva sommessa un’acqua e a parte
questo tutto era silenzioso, in attesa. Nel suo petto, però, l’uccello
continuava a cantare con la voce amata, e continuò a sospingerlo
innanzi, finché Anselm si ritrovò davanti a una parete rocciosa coperta
di muschio e nel mezzo si apriva una fenditura che conduceva, bassa e
stretta, all’interno del monte. Un vecchio sedeva davanti alla
fenditura, e costui s’alzò vedendo avanzare Anselm e gridò: “Indietro,
uomo, indietro! Questa è la porta degli spiriti. Nessuno è ancora
tornato che vi sia penetrato”.
Anselm volse lo sguardo a lui, poi tornò a posarlo sull’apertura nella
roccia e vide perdersi nelle profondità del monte un azzurro sentiero,
d’ambo i lati del quale si levavano fitte, dorate colonne, e il sentiero
sprofondava come nel calice di un enorme fiore.
Nel suo petto l’uccello cantava con voce argentina, e Anselm superò il
guardiano della soglia, penetrò nello spacco e avanzò, tra le colonne
dorate, nell’azzurro segreto delle profondità. Era nel cuore di Iris,
che penetrava, ed erano i giaggioli nel giardino della madre nel cui
azzurro calice procedeva librandosi, e mentre sereno andava incontro al
crepuscolo dorato, ecco all’improvviso tornargli tutti i ricordi e
intera la coscienza; si toccò la mano ed era piccola e morbida, voci
d’amore gli risuonavano vicine e famigliari all’orecchio, e le note
erano tali e quali, le colonne dorate splendevano come allora, nelle sue
primavere infantili, quando tutto per lui era luci e suoni.
E anche il suo sogno era tornato, il sogno che aveva fatto da piccolo,
quando s’era visto scendere nel calice e dietro di lui procedeva e
scivolava l’intero mondo delle immagini, sprofondando nel segreto che
sta dietro tutte le immagini.
Anselm cominciò a cantare sottovoce, e il suo sentiero scendeva piano
piano ed era a casa.
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4 Risposte to “Iris (racconto di Hermann Hesse)”

  1. […] Originally posted on There Is Something: […]

  2. Bello!!!!, grazie per esserti ricordata di me.

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